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Il “Pandoro Gate” italiano e le insidie della pubblicità ingannevole

22 Gennaio 2026

Negli scorsi giorni si è tornato a parlare, nella vicina Italia ma anche nella Svizzera italiana, del “famoso” caso che ha coinvolto la nota influencer Chiara Ferragni. Che contrariamente a quanto riportato da diversi media (oltre che dall’influencer stessa), non è stata affatto assolta.

È interessante fare chiarezza su questa vicenda tornata alla ribalta recentemente nella vicina Italia perché permette di mostrare quanto la pubblicità e la comunicazione online possano essere insidiose e quanto possa essere difficile, per il comune cittadino e consumatore, distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è.

Ricordiamo brevemente di cosa si tratta: nell’inverno del 2022, la pubblicità di un pandoro costò a Chiara Ferragni un’accusa di pubblicità ingannevole.

Usiamo le parole dell’Antitrust italiana per descrivere quanto avvenne: l’influencer ha “fatto intendere ai consumatori che acquistando il pandoro «griffato» Ferragni avrebbero contribuito a una donazione all’Ospedale Regina Margherita di Torino. Tuttavia, la donazione, di 50 mila euro, era stata già effettuata dalla sola Balocco mesi prima”. In pratica, le società di Ferragni hanno incassato oltre 1 milione di euro grazie all’operazione senza versare nulla all’ospedale.

La vicenda è tornata d’attualità nelle scorse settimane perché Ferragni, secondo quanto riportato da alcuni media, sarebbe stata assolta dalle accuse. Ciò non è avvenuto.

In realtà, il giudice ha prosciolto, e non assolto, la nota influencer. È una differenza importante. Significa che non è entrato nel merito e si è limitato a dire che il procedimento non poteva proseguire per ragioni tecniche.

Quali sono queste ragioni? Il giudice non ha riconosciuto per la vicenda il reato di “truffa aggravata”, ritenendo invece che si sarebbe semmai trattato di una “truffa semplice”. La truffa semplice tuttavia, al contrario di quella aggravata, non può essere perseguita d’ufficio. Deve esserci una querela di parte.

Querela che a dire il vero, c’era stata. Ma è stata ritirata dall’associazione dei consumatori Codacons, in seguito ad un accordo con la stessa Ferragni. Quest’ultima ha accettato di risarcire i consumatori rappresentati dal Codacons e di effettuare anche una donazione di 200’000 euro. In cambio, il Codacons ha ritirato la querela.

In seguito al “non luogo a procedere” deciso dal tribunale, l’influencer ha avviato un’efficace campagna mediatica per riscrivere la storia di questa vicenda, dipingendosi come una vittima. Talmente efficace che molti media, italiani e internazionali, se la sono bevuta.

Non tutti però: Massimiliano Dona, dell’Unione Nazionale Consumatori, ha sottolineato che non vi è stata alcuna assoluzione e che al contrario l’Antitrust ha sancito che si è trattato di una pratica commerciale scorretta. Il noto opinionista Marco Travaglio, in seguito alla sentenza, ha criticato “un sistema che salva i colpevoli, purché potenti, ricchi e famosi, con mille trucchetti, così che possano spacciarsi per innocenti perseguitati”.

Quello che rimane per le consumatrici e i consumatori è una sorta di amaro in bocca: dalla pubblicità ingannevole sul pandoro, alla “pubblicità ingannevole” sull’esito del procedimento penale, il cerchio si chiude. A dimostrazione di quanto sia estremamente difficile sfuggire alle manipolazioni quando si naviga in rete.

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